Mafia, Antimafia, dossier e veleni: tutte le accuse ad Antonello Montante

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Mafia, Antimafia, dossier e veleni: tutte le accuse ad Antonello Montante





CALTANISSETTA - Dossier e controdossier. Accuse dei pentiti e controaccuse agli stessi di complotto, con intercettazioni delle microspie da riesumare. Atti di una lunga e delicatissima indagine da un lato e faldoni della difesa dall’altro, per ottenere il dissequestro di altre carte. E, sullo sfondo, una vera e propria sfilata di potenti. Ministri, politici, magistrati, vertici delle forze dell’ordine: tutti schedati con cura certosina in carpette di colore diverso con dentro carteggi riservati e liste di regali. Materiale sequestrato, assieme a bilanci aziendali e un immenso hard disk, dall’accusa in una perquisizione in cui si cercavano prove a supporto della tesi che Antonello Montante sia “amico” di Cosa Nostra. Ma paradossalmente le stesse carte - o parte di esse - rappresentano un archivio storico, una sorta di “autocertificato di antimafiosità” dell’indagato stesso, materiale che la difesa vuole usare per dimostrare che «l’uomo privato non ha mai tradito il personaggio pubblico antimafia». Ma non sarà un compito facile: in Procura, a Caltanissetta, ne sono più che convinti.
 
 
Oggi doveva il primo momento della verità. O almeno delle verità a confronto. Perché il Riesame di Caltanissetta (collegio presieduto da Mario Amato) ha cominciato a trattare il ricorso della difesa del presidente di Confindustria Sicilia contro il sequestro nel corso delle perquisizioni di case e uffici nella disponibilità dell’indagato per concorso esterno in associazione mafiosa. Ma il tribunale si è riservato la decisione che comunque potrebbe arrivare nelle prossime ore.
 
 
Tra il materiale sequestrato ci sono anche armi: in un vano allestito dietro a una parete segreta della stanza da letto, come rivelato ieri da Repubblica, gli agenti della Mobile hanno trovato anche un fucile, una carabina e due pistole con munizioni, la cui regolare detenzione è «al vaglio» degli inquirenti. L’opposizione al sequestro (sostenuta, con una memoria difensiva di 16 pagine e due faldoni con in tutto 16 allegati, dagli avvocati Nino Caleca, Marcello Montalbano e Giuseppe Panepinto) è anche l’occasione per lo show down degli atti degli ultimi due anni d’indagine, alcuni coperti da omissis, dei pm di Caltanissetta, gli aggiunti Lia Sava (procuratore reggente) e Gabriele Paci, e il sostituto Stefano Luciano.
 
 
L’accusa per Montante è pesante: aver messo «in modo continuativo a disposizione» degli Arnone (Paolino e Vincenzo, padre e figlio, boss di Serradifalco) «la propria attività imprenditoriale». Montante, amico d’infanzia di Arnone Jr. (che fu suo testimone di nozze), avrebbe favorito l’impresa del mafioso, consentendogli di vincere gare e assumendo personale da lui indicato. In cambio avrebbe ricevuto sostegno per la scalata confindustriale e una “polizza assicurativa” contro le richieste di pizzo. I pm contestano a Montante anche di avere accumulato denaro liquido chiedendo a Massimo Romano (imprenditore leader nella grande distribuzione, voluto dallo stesso Montante al vertice di Cofidi) di cambiargli tra i 100 e i 300mila euro in banconote di piccolo taglio. Fondi per tangenti, secondo i pm.
 
 
A sostegno dell’accusa le dichiarazioni di quattro collaboratori di giustizia. Carmelo Barbieri (docente di educazione fisica originario di Resuttano, per un periodo reggente della cosca di Gela) afferma di aver assistito, nel 1996, a un colloquio fra Carmelo Allegro e Gino Ilardo in cui i Montante venivano definiti «amici vicini a loro». Aldo Riggi, invece, racconta della «sostituzione» della ditta di Arnone alla sua nelle forniture di un cantiere di via Amico Valenti a Caltanissetta, parlando di un «rapporto amichevole» fra Montante e il boss. Pietro Riggio, ex agente penitenziario, rivela che quando pensò di chiedere il pizzo al fratello di Montante (di cui non ricorda il nome), il boss Salvatore Dario Di Francesco si mostrò «rammaricato, poiché i Montante erano vicino alla “famiglia” di Serradifalco, nel senso che si prestavano ad assumere persone indicate da quella famiglia e non erano pertanto da “vessare”, quanto piuttosto da riguardare». Ma è proprio Di Francesco il teste-chiave, soprattutto nel delineare il rapporto Montante-Arnone. Nell’ultimo interrogatorio, citato dal Corriere della Sera, il pentito racconta un colloquio con Vincenzo: «Per stuzzicarlo gli evidenziai come il suo compare fosse ormai lanciato nel mondo della legalità. L’Arnone mi rispose con un sorriso sarcastico». Da qui la confidenza: anni prima Montante gli avrebbe chiesto di avvicinare proprio Di Francesco, allo scopo di fargli accusare un’altra persona. Coperta da omissis nelle carte dei pm.
 
 
Ma la difesa controbatte punto per punto. Nei due faldoni presentati al Riesame sono contenuti documenti pubblici (relazioni dell’Antimafia), giudiziari (un esposto «sottoscritto da Lo Bello Ivanhoe ed altri», la querela di Montante contro Marco Venturi) e riservati (la trascrizione dell’intervento dell’ex procuratore nisseno Sergio Lari in un Comitato per la sicurezza «ove si evidenziano tentativi di delegittimazione perpetrati con svariate modalità anche ai danni di Montante»), con riserva di produrre altri atti privati. Tra i quali lo «scambio epistolare di e-mail tra Montante e la Procura di Caltanissetta» nel quale si documenta «l’intesa» fra i pm e il leader confindustriale per «una iniziativa volta a convincere anche Arnone Vincenzo a collaborare con la giustizia», chiedendo di «poter accedere al carcere ove lo stesso è detenuto».
 
 
Una «ossessione», la chiamano gli avvocati. Quella di Montante per i boss del Vallone, che chiama «i caproni». Contro i quali (anche Di Francesco e Arnone), l’imprenditore s’è costituito parte civile e «ha ottenuto addirittura i risarcimenti giudiziari». Nelle carte della difesa si raccontano due gialli. Il primo è quello del cosiddetto “cantante”. Un personaggio al centro di un esposto anonimo (la difesa lo identifica in Di Francesco) «foraggiato per gettare discredito e fare dichiarazioni accusatorie» contro Montante. Nello scritto si invita a «incentivarlo meglio», così «nelle sue cantate si ricorda sempre qualcosa di più». La tesi della difesa è che ci sia una «inquietante coincidenza» fra il “cantante” e l’escalation colpevolista del pentito.
 
 
Accuse che corrispondono anche a un dossier consegato nel 2015 a Totò Alaimo (leader del comitato cittadino anti-miniere ed ex assessore comunale a Serradifalco) da due personaggi «legati a Pietro Di Vincenzo», scalzato da Montante dalla poltrona di presidente di Confindustria Caltanissetta, condannato nel 2014 per estorsione: Tullio Giarratano e Umberto Cortese, ex direttore di Confindustria Caltanissetta ed ex presidente Asi. Ma Alaimo, amico di Montante, andò da lui che lo indirizzò alla Dia, dove gli fu proposto di incontrare di nuovo gli interlocutori e di registrare i colloqui.
 
 
La difesa chiede ora di avere le trascrizioni di quelle intercettazioni. L’altra carta della difesa sono le foto delle schermate del profilo Facebook di Dario Di Francesco. Primo accusatore di Montante, collaboratore nascosto in una località protetta, ma “normale” utente del social network, aggiornato con foto e testi. E dunque facilmente raggiungibile da chiunque volesse contattarlo.
 
twitter: @MarioBarresi

Fonte LA SICILIA


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